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Vuoto di potere criminale Ponticelli in attesa di boss


(di Carlo Franco da il Corriere del Mezzogiorno)

Nel quartiere orientale, una città nella città, grande il doppio di Salerno, la camorra potrebbe scomparire perché i ca­pi del clan Sarno hanno deposto le armi. Un territorio senza «padrini» è una novità asso­luta per Napoli e avrebbe dovuto risvegliare l’interesse del Palazzo, ma pochi lo hanno ca­pito. Tocca parlarne, dunque, perché quel pezzo estremamente degradato di periferia — che un tempo ha ospitato grandi indu­strie metalmeccaniche con 35mila addetti — sulla carta e nelle intenzioni dei politici e degli urbanisti, dovrebbe svolgere il ruolo fondamentale di cerniera tra i quartieri del centro e l’area metropolitana, potrebbe esse­re recuperato ad una convivenza civile e pa­cifica dopo che i boss del clan dominante— i cinque fratelli Sarno, appunto — si sono pentiti in carcere o stanno per farlo. Provo­cando la reazione scomposta dei figli e dei nipoti che, al contrario dei padri e degli zii, non hanno alcuna voglia di farsi da parte. (Uno di loro, Tore ’o pazzo, spalleggiato dai cugini, non ha esitato ad imporre alla mam­ma di prendere le distanze dal padre che ave­va tradito l’«onore» del clan).

Nella storia più recente della camorra, di­ciamo da Pascalone ’e Nola in poi e cioè dal passaggio del controllo dei campi e del mer­cato ortofrutticolo al racket del cemento che stravolse lo scenario e il modo di vivere del­la periferia orientale — l’ex Campania felix degli orti e dei frutteti — un evento come questo, ripetiamo, non si era mai verificato, ma probabilmente Napoli non riuscirà a trar­re alcun vantaggio dalla resa del clan Sarno, sanguinario, prepotente e spavaldo al pari dei Mazzarella e dei Misso, non a caso loro alleati. Se non si coglierà questa insperata oc­casione resa possibile dal lavoro di intelli­gence portato a termine dai magistrati e dal­le forze dell’ordine, non è difficile prevedere l’esplosione di una nuova e sanguinosa guer­ra di camorra che, oltretutto, coglierebbe Na­poli in un momento di estrema fragilità eco­nomica e civile. Porre il caso-Ponticelli (il clan Sarno, per la verità, negli anni ha esteso il suo dominio su Cercola, Somma Vesuviana, Sant’Anasta­sia e, a Napoli, sul Mercato) è, dunque, giu­sto perché nel quartiere orientale, più anco­ra che in quello occidentale legato alla que­stione- Bagnoli, nei prossimi anni sono pre­visti gli interventi urbanistici più delicati e significativi per l’assetto futuro di Napoli e dell’area metropolitana: il grande ospedale del Mare, che ha già molti peccati da farsi perdonare, il porto turistico di Vigliena-Por­to Fiorito — che ospiterà mille imbarcazio­ni, gli insediamenti universitari sulle rovine della Cirio — e, infine, la zona franca portua­le. Se si (ri)dà il tempo agli altri clan di im­possessarsi della fetta più grande e succosa della torta queste opere si faranno, se si fa­ranno, a prezzo di incredibili rinunce; se, al contrario, vincerà la legalità la strada sarà spianata e sarà più facile far quadrare una volta tanto il cerchio. Una conferma autore­vole arriva dal magistrato Vincenzo D’Ono­frio, il pm titolare di alcune inchieste sul clan che ha seguito le fasi cruciali che hanno preceduto il pentimento dei fratelli Sarno. «Abbiamo ben chiara la situazione — dice — e possiamo anticipare che nei prossimi mesi quello che è rimasto dell’impero dei Sarno riceverà altri colpi decisivi. E che la lot­ta per la successione dovrà tenere conto del fatto che i vertici del clan Mazzarella sono sta­ti decapitati e che il clan Misso è da tempo imploso » .

Riconquistare il quartiere e le altre zone di influenza del clan, quindi, oggi è più faci­le. «Non so rispondere a questa domanda», afferma D’Onofrio. «Posso dire, però, che da decenni le aspettative sociali e civili sono perdenti in quel territorio. E che tutte le mancate realizzazioni non sono dipese diret­tamente dal controllo dei clan». Ma dai tem­pi morti della politica? «Anche a questo non so rispondere. Dalle informazioni che abbia­mo acquisito — spiega il pm — emerge che nell’area metropolitana la camorra non ha avuto bisogno di interfacciarsi, a differenza di quanto è accaduto, invece, nel territorio nolano. Ciro Sarno, il capo del clan, insom­ma ha sempre agito solo da camorrista e chi prenderà il suo posto si comporterà allo stes­so modo, cioè praticando estorsioni, acca­parrandosi subappalti e il controllo dei can­tieri » .

E ora ripercorriamo il crollo del clan. Ciro Sarno, il padrino cresciuto alla scuola di Raf­faele Cutolo, dopo aver fatto il vuoto intor­no a sè si è pentito e sta per laurearsi dotto­re in beni storici. A questo impegno si è dedi­cato nel supercarcere di Spoleto e, ormai, gli mancano solo pochi esami per laurearsi. «Il fatto che sia riuscito bene anche nello studio non mi sorprende — dice ancora il pm — perché Ciro Sarno potrebbe anche aver deci­so di utilizzare lo studio come utile scudo per attutire il distacco della camorra». Il boss, tra l’altro, non è nuovo a decisioni ca­paci di stupire e sparigliare le carte. Ricordia­mo che il soprannome al quale tiene di più è quello di «sindaco»; glielo affibiarono all’ini­zio degli Anni Ottanta perché fu lui a sositu­irsi alle autorità costituite e ad assegnare le case del dopo terremoto strappandole ai le­gittimi assegnatari e destinandole ai suoi af­filiati. Un vero boss, insomma, che quando venne stretto in corner dalla polizia ordinò di alzare dei muretti nel quartiere De Gaspe­ri per bloccare una via di accesso a casa sua e per crearsi la possibilità di scappare al pri­mo allarme delle «vedette». Un’altra dote di Ciro fu il cinismo, la capacità di distruggere gli avversari quando meno se lo aspettava­no. L’ultimo colpo d’ala è dell’ottobre scorso quando ha dichiarato ai magistrati che i voti per la rielezione in Parlamento, nel 1992, di Alfredo Vito, «mister centomila», e dell’avvo­cato Dino Bargi furono procurati da lui e da tutti i gruppi camorristici napoletani, non da Pasquale Galasso. È questa l’unica «prati­ca » politica curata dal capo che, per il resto, scelse sempre di restare sul suo terreno favo­rito dedicandosi alle estorsioni e al dominio del tertritorio. In cambio, quella volta, gli fu promesso, almeno così ha dichiarato, l’affi­damento alla sua cosca di alcuni appalti di opere pubbliche che si sarebbero realizzate a Ponticelli.

Per ultimo, rivolgiamo al pm Vincenzo D’onofrio la domanda delle mille pistole: gli «sconti» ottenuti con il pentimento riporte­ranno presto in libertà Ciro Sarno?

«Resterà in carcere fino a quando lo riter­rò » .

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